Recensione. “L’ enactment nella relazione terapeutica” di Giuseppe Craparo

Recensione. “L’ enactment nella relazione terapeutica” di Giuseppe Craparo
Enactment nella relazione terapeutica

Enactment nella relazione terapeutica

L’enactment nella relazione terapeutica

Di Giuseppe Craparo
Recensione di Stefania Vinci

Insieme con i sogni, il transfert e il controtransfert, ora gli psicoanalisti contemporanei considerano l’enactment e la comunicazione non verbale all’interno della diade analitica uno dei principali elementi dell’esperienza clinica”. (Cit. Stefano Bolognini)

Giuseppe Craparo ne “L’ enactment nella relazione terapeutica”, con un’attenta riflessione ripercorre le  definizioni che dell’Enactment si sono susseguite nella letteratura. L’Autore lo fa sinteticamente ma esaustivamente, focalizzando e dipanando i vari nodi che pone la definizione di tale costrutto denso e baricentrico, con uno stile finalmente scevro di retorica “intellettualistica”.

L’autore propone  una rivisitazione del concetto di inconscio all’interno di un’ottica multifocale che tiene conto dei contributi provenienti dalla teoria delle relazioni oggettuali, dalla teoria dell’attaccamento, dall’infant research e dalle neuroscienze, rivalutando l’inconscio non rimosso quale organo emotivo e ricettivo che intercetta e invia il segnale emotigeno, inviandolo all’inconscio rimosso perché possa essere mentalizzato.

L’ Enactment viene dunque definito da Craparo come una messa in atto (riferita all’inconscio rimosso e va
distinta dalla messa in scena che riguarda l’inconscio rimosso) da parte del paziente di memorie somatiche,
di stati emotivi traumatici, esclusi dal circolo della simbolizzazione e diventa parte del più ampio campo
psichico: è una transazione tra inconsci non rimossi che nell’interazione paziente-analista assume una
caratura relazionale. In risposta alla disaggregazione emotiva del paziente, l’analista sperimenta una
dissociazione psicologica “da cui deve riprendersi perché si possa parlare di Enactment” nella sua accezione
potenzialmente terapeutica.

Il testo inoltre ridiscute la definizione della “Dissociazione” all’interno di una cornice storica che la pone in relazione al Trauma e dunque all’enactment. Craparo nel corso della scrittura ritraduce quanto teorizza in termini di esemplificazioni cliniche che aiutano il lettore all’acquisizione di una lente ulteriore nella costruzione critica dello scenario terapeutico.

Sin dalle prime pagine, il testo appare particolarmente nutrito di riferimenti teorici e con essi gli interrogativi che questi possono porre ad un lettore attento: ciascun quesito e ogni scetticismo critico trovano risposta nel corso della lettura. Una considerazione ingenua potrebbe erroneamente far corrispondere la concettualizzazione dell’enactment ad una tautologia dell’identificazione proiettiva, riducendo il tutto ad un mero esercizio di virtuosismo intellettuale,  ad una inutile fascinazione. Ma non è così.

Il lavoro di riflessione che caratterizza il libro fornisce, anche attraverso la condivisione delle vicende sperimentate come terapeuta, un veicolo icastico ed efficace che ben descrive l’enactment quale fenomeno relazionale.  Discostandomi dalla raccomandazione di Craparo che ne esclude un utilizzo al di fuori dell’euristica psicoanalitica, ritengo che si possa ipotizzare un suo impiego, direi “pragmatico” e suscettibile di contaminazioni teoriche, all’interno del più ampio campo della psicologia. Ne deriverebbe a mio parere una contaminazione feconda in grado di alimentare una rappresentazione più verosimile del funzionamento mentale e relazionale.

Il saggio di Craparo è una lettura preziosa per chiunque si interessi di Psicologia a prescindere dagli approcci che annovera. A pagina 87 vi è un passaggio particolarmente significativo. Craparo, nella descrizione di una seduta, scrive:

Importante era essere con lui, macchiarsi della sua malattia, macchiare il campo analitico colludendo con un paziente la cui psicologia particolarmente complessa mise a dura prova – a causa anche del mio status emotivo – la mia capacità di non rimanere imprigionato all’interno di quel bozzolo dissociativo, in cui all’ondata delle emozioni traumatiche emotive e alla disgregazione del paziente risposi dissociandomi a mia volta. Entrata in circolo, la dissociazione riguardava non più i singoli attori (lui e me) ma l’intero campo analitico, nella sua qualità di campo psichico.”

E’ in queste righe che l’ Enactment viene descritto, oltre la teorizzazione articolata e complessa, con una efficacia che rende conto di quella che è la competenza essenziale nell’alleanza terapeutica: la capacità di macchiarsi della malattia del paziente.

 

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Psicoterapeuta in formazione Sistemico Relazionale, è laureata in Psicologia Clinica e di Comunità all’Università “La Sapienza” di Roma. E’ impegnata in attività cliniche e di ricerca sulla Prevenzione del Suicidio, i Disturbi dell’Umore e i Disturbi del Sonno. Collabora con MenteeCervello.it sin dalla prima ora.
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Psicoterapeuta in formazione Sistemico Relazionale, è laureata in Psicologia Clinica e di Comunità all’Università “La Sapienza” di Roma. E’ impegnata in attività cliniche e di ricerca sulla Prevenzione del Suicidio, i Disturbi dell’Umore e i Disturbi del Sonno. Collabora con MenteeCervello.it sin dalla prima ora.
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