La vitamina E rallenta il declino portato dall’Alzheimer

La vitamina E rallenta il declino portato dall’Alzheimer

La vitamina E potrebbe rivelarsi un alleato nella prevenzione all’Alzheimer secondo una recente ricerca condotta negli Stati Uniti.

Una ricerca recente ha rivelato che alcuni veterani anziani, affetti da forme leggere a moderate di Alzheimer, che durante uno studio clinico randomizzato hanno assunto integratori di vitamina E, hanno mostrato una diminuzione della progressione del danneggiamento a livello funzionale.

Con un follow up di circa 2.27 anni, i 140 pazienti sottoposti ad una cura giornaliera di 2.000 UI di integratori di vitamina E (alfa tocoferolo) hanno mostrato un declino medio di 13,81 punti nell’Alzheimer’s Disease Cooperative Study – Activities of Daily Living, contro i 16,96 punti del gruppo placebo.

I ricercatori del Minneapolis VA Health System, guidati dal Dr Maurice Dysken, hanno spiegato che la differenza di 3,15 punti è di un’importanza rilevante a livello statistico.

Questa scoperta, però, è stata accompagnata da altre che hanno fatto sorgere alcuni dubbi in merito agli effetti della vitamina E su questi pazienti. Un altro gruppo, infatti, dopo aver ricevuto una combinazione di vitamina E e di memantina non ha mostrato alcun beneficio di rilevanza statistica, in maniera simile ad un terzo gruppo che ha ricevuto esclusivamente della memantina.

Nessuno dei tre gruppi, inoltre, ha mostrato benefici relativi al placebo per quanto riguarda i punteggi volti a valutare in modo specifico la loro funzione cognitiva. L’effetto clinico della vitamina E, invece, sembrava focalizzarsi principalmente sui risultati funzionali come il bisogno di assistenza medica.

 

Implicazioni dello studio sulla vitamina E

In relazione a questa scoperta, tre scienziati della Rush University di Chicago hanno suggerito che la vera implicazione dello studio consiste nel fatto che la ricerca per la cura del morbo di Alzheimer dovrebbe passare in secondo piano per favorire la prevenzione.

Il Dr Denis A. Evans e i suoi colleghi hanno affermato:

Come si era già visto in occasione degli studi precedenti sull’Alzheimer, l’effetto terapeutico è apparso modesto e più pertinente ai sintomi del morbo di Alzheimer e alle sue conseguenze che all’inversione del processo della malattia stessa […] Quando si prendono in considerazione le difficoltà tipiche del cercare di curare piuttosto che di prevenire delle malattie ad alta incidenza e i limiti degli sforzi terapeutici finora scoperti per le persone affette dal morbo di Alzheimer, il bisogno di passare ad un’enfasi maggiore sulla prevenzione sembra scontato.

Nonostante ciò, la Dr.ssa Mary Sano della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York City ritiene che i risultati di questo studio siano abbastanza forti da portare a raccomandare ai pazienti affetti da forme lievi a moderate del morbo di Alzheimer di assumere degli integratori di vitamina E. La Dr.ssa Sano fa notare che i risultati, oltre a dimostrare dei benefici a livello funzionale dovuti alla vitamina E, indicano che si tratta di un rimedio sicuro, almeno in termini di mortalità, al contrario di una meta-analisi del 2005 che sembrava implicare un rischio di morte maggiore per i pazienti che assumono integratori di vitamina E. Anche uno studio del 1997 condotto su pazienti affetti da forme più avanzate del morbo di Alzheimer, nonché uno studio osservazionale più recente hanno confermato i benefici provenienti dall’assunzione di vitamina E.

 

Design dello studio

Lo studio attuale, chiamato lo Studio della Vitamina E e della memantina nel morbo di Alzheimer (TEAM-AD nell’acronimo inglese), ha coinvolto un totale di 613 pazienti all’interno del sistema del Veterans Affairs, randomizzati per ricevere i tre diversi trattamenti attivi o il placebo. La registrazione allo studio è iniziata nell’agosto 2007 ed è proseguita sino al marzo 2012.

Nel caso di 52 pazienti, suddivisi in maniera equa sui quattro gruppi, mancavano dati sufficienti in occasione del follow up, il che lasciava un totale di 561 pazienti effettivi da analizzare. L’età media era di 79 anni e, dal momento che erano stati tutti estratti dalla popolazione veterana più anziana, erano quasi tutti di sesso maschile.

I pazienti che avevano ottenuto un punteggio di 12 e 26 nel Mini-Mental State Examination (MMSE) e che al momento dello studio erano in cura con degli inibitori dell’acetilcolinesterasi come il donepezil (Aricept) erano idonei allo studio ed hanno continuato ad assumere questo tipo di farmaci durante la ricerca.

Per selezionare i pazienti idonei a partecipare allo studio sono stati utilizzati i risultati ottenuti in occasione di altri test di valutazione inerenti al morbo di Alzheimer come il già citato Alzheimer’s Disease Cooperative Study – Activities of Daily Living.

 

Risultati e limiti

Al termine del follow up, l’unico beneficio chiaro riscontrato all’interno dei gruppi sottoposti al trattamento attivo consisteva nel miglioramento ottenuto nei risultati dell’Alzheimer’s Disease Cooperative Study – Activities of Daily Living grazie alla vitamina E rispetto al placebo.

Nei pazienti seguiti per un periodo di oltre 30 mesi, però, i gruppi associati ai tre trattamenti attivi sembravano mostrare un rallentamento del declino funzionale rispetto al placebo nei test relativi alla dipendenza. Arrivati al mese 48, potenzialmente tutti i pazienti del gruppo placebo avevano perso almeno un livello di dipendenza mentre circa il 70-80% dei pazienti appartenenti agli altri gruppi avevano sperimentato un tale evento.

Secondo la Dr.ssa Sano, sarebbe inappropriato ritenere la vitamina E superiore agli altri trattamenti attivi nel preservare l’abilità funzionale, dal momento che le analisi effettuate sinora si sono occupate semplicemente di comparare i tre trattamenti al placebo e non fra di loro. Non sembra, inoltre, esistere una ragione per la quale la memantina dovrebbe interagire con l’azione della vitamina E. Le ricerche effettuate in merito dalla Dr.ssa Sano e dai suoi colleghi non hanno mostrato alcun problema inerente alla sicurezza per la vitamina E o la memantina individualmente, ma la combinazione delle due è stata associata ad un aumento dei casi di polmonite, e i pazienti dei tre gruppi sottoposti a trattamento attivo hanno presentato tassi maggiori di infezioni ed infestazioni di vario genere (statisticamente parlando, il 13-20% rispetto al 7% del gruppo placebo).

I limiti dello studio includevano una registrazione inferiore rispetto a quella programmata in partenza, il che ha portato i ricercatori ad estendere il follow up come compensazione. La prevalenza maschile del campione, inoltre, significa che i risultati ottenuti potrebbero non applicarsi alle pazienti di sesso femminile affette dal morbo di Alzheimer.

Evans e colleghi, inoltre, hanno affermato che la mancanza di effetto additivo nella combinazione memantina-vitamine E necessita ricerche ulteriori. Oltre a ciò è indispensabile verificare i risultati in merito alla sicurezza dello studio attuale per paragonarli alla meta-analisi del 2005, che aveva fatto emergere un aumento del rischio di mortalità in occasione dell’assunzione di alte dosi di integratori della vitamina E.

Il Dr Evans e i suoi colleghi si sono detti interessati alla mancanza di effetto sulla funzione cognitiva della vitamina E, anche se questa sembrava rallentare il declino all’interno del test Alzheimer’s Disease Cooperative Study – Activities of Daily Living, decisamente meno specifico rispetto ad altri test volti a valutare la stessa malattia. I ricercatori hanno fatto notare che la vitamina E è in primo luogo un antiossidante e, quindi, il suo raggio di azione va ben oltre la patologia del morbo di Alzheimer.

 

Dysken M, et al “Effect of vitamin E and memantine on functional decline in Alzheimer disease: the TEAM-AD VA cooperative randomized trial” JAMA 2014; 311:33-44.

Dott. Federico Baranzini

depoederdoos.blogspot.it

 

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